25° anniversario del sacerdozio di don Diego De Rosa

Il 26 giugno scorso presso la parrocchia San Carlo Borromeo si è svolta una speciale celebrazione per festeggiare il parroco

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Ogni anniversario è sempre un’occasione per fare un bilancio, con conseguente esame di coscienza ed inevitabili sensi di colpa. Ma l’esame di coscienza va fatto ogni sera, non una volta ogni venticinque anni. Per cui stasera vorrei dare a questa Eucarestia un valore diverso, quello che la parola stessa “Eucarestia” esprime: un rendimento di grazie. E stasera, con voi, vorrei ringraziare il Signore soprattutto per tre motivi.
In questi ultime settimane sono andato spesso col pensiero a quegli amici che iniziarono con me, in quegli stessi anni, il cammino di preparazione al sacerdozio. In seminario c’erano tre ragazzi ai quali ero legato da una profonda e tenera amicizia. Pensavo che con loro avrei condiviso, dopo l’ordinazione, le bellezze e le difficoltà del ministero sacerdotale. Di loro tre, qualcuno non diventò mai prete, qualche altro si è fermato o ha lasciato. Questo fatto, impensabile eppur reale, ha totalmente ribaltato la mia vita sacerdotale rispetto a come l’avevo immaginata. Come il mio cammino vocazionale, anche il mio sacerdozio è stato un pellegrinaggio solitario. Certo rimane la comunione sacramentale con i miei confratelli nella quale (e chi mi conosce lo sa) ho sempre creduto fortemente. Ma in essa è mancato quel confronto umano, amicale che da giovane avevo sognato e che, se non lo coltivi negli anni di seminario, non lo trovi più.

Come dicevo, in queste ultime settimane ho molto pensato a loro e ho molto pensato ad altri, che conoscevo meno e che ad un certo punto hanno lasciato. Ho molto pensato anche a confratelli più giovani, che ho conosciuto per ragioni di ufficio, che hanno manifestato la volontà di interrompere l’esercizio del ministero. Ebbene, tutti costoro sono partiti dalle stesse mie motivazioni e avevano lo stesso mio entusiasmo. Guardandomi dentro, vedo che quelle motivazioni ci sono ancora. Certo non sono mancati momenti di crisi, di difficoltà ma non sono mai venute meno anzi, ne sono uscite rafforzate. Posso dire che, a quelle motivazioni, in questi anni ne sono maturate altre ed altre ancora continuano a maturare. E l’entusiasmo? Certo rispetto a venticinque anni fa sono un po’ più stanco, ma non ho mai avuto ripensamenti sulla mia scelta. Penso anzi che i doni che il Signore ha voluto farmi, nel sacerdozio hanno trovato il miglior modo per fruttificare.
È questo il primo motivo per cui dico: Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore.
Quando guardo queste mie mani consacrate, penso alla mangiatoia di Betlemme. La mangiatoia è un luogo fetido, infetto, degno di accogliere il muso degli animali. Eppure fu proprio una mangiatoia ad accogliere il corpo del Dio bambino. Così come a queste mie mani di peccatore Dio ha affidato il Suo corpo, il Suo perdono, la Sua benedizione. Nella mia vita ho conosciuto e conosco laici migliori di me, più buoni di me, più santi di me. E perché il Signore ha chiamato me e non loro? La risposta è chiara ed univoca: Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi (Gv 15,16). Facilmente, per un malinteso senso di indegnità, per una illusoria ricerca della perfezione, si potrebbe arrivare persino a rifiutare la chiamata di Dio e i suoi doni. Ed invece è proprio sulla mia inadeguatezza che vedo affermarsi, imperiosa, l’onnipotenza di Dio e col profeta Isaia ripeto: un uomo dalle labbra impure io sono […] eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti (Is 6,5).
Tutto questo mi ha insegnato a non giudicare il fratello che sbaglia, prete o laico che sia, perché se io ogni giorno posso poggiare queste mie mani su quell’altare non è per mio merito, ma perché è Lui che me lo concede.
È questo il secondo motivo per cui dico: Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore.
Il mio giubileo sacerdotale è stato anche un po’ un pretesto per raccogliere in uno stesso luogo ed in un’unica occasione tutte quelle persone che sono passate nella mia vita e vi hanno lasciato un segno, talvolta labile, talvolta profondo, ma sono tutte persone che stimo e a cui voglio bene. Ecco che allora, oltre ai parrocchiani (membri di diritto a partecipare a questa festa perché essi sono un po’ la mia famiglia ed ai quali ovviamente voglio un gran bene), si trovano qui tanti altri: i miei parenti, gli amici a partire da quelli d’infanzia fino a quelli conosciuti più recentemente, i compagni di scuola, i confratelli sacerdoti, i diaconi, gli amici della parrocchia di origine e di quella dove ho svolto i primi anni di ministero, e poi tanti professionisti (magistrati, avvocati, medici, insegnanti, commercianti) accanto a persone più semplici: commessi, camerieri, artigiani. Prima di ringraziare il Signore voglio ringraziare voi, di essere stasera qui con me e ancora di più per tutto l’amore che mi avete dato e mi date. La più bella soddisfazione che mi ha dato questa festa è l’avervi invitato perché prima di farlo, ho fatto memoria dell’amore che ho ricevuto e dell’amore che ho per ciascuno di voi, senza nessunissima, squallida classifica dell’affetto.
Il grazie a voi l’ho detto. E a Gesù cosa dico? Gli dico che quando lasciai la Cittadella per venire al Centro Direzionale mi fu regalato un quadretto che tuttora tengo appeso nel mio ufficio in cui è scritto: Non ho mai varcato la tua soglia con un affanno, senza andarmene libero e felice. Non so di chi sia quella frase, ma ogni volta che la leggo mi consolo. Perché se essa si è realizzata almeno nella vita di una sola persona (e spero che ne sia qualcuna in più), vuol dire che ho vissuto bene la mia vita e non potevo spenderla meglio.
E per la terza volta dico: Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore! Amen.

Don Diego De Rosa

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