Il film del mese

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Papillon

Parigi, primi anni ’30. Henri Charrière vive una vita dissoluta, tra amori, divertimenti e affari più o meno loschi che sembrano indirizzarlo verso un’esistenza sopra le righe, fatta di soldi e passatempi facili. Tutto cambia il giorno in cui viene incastrato per omicidio e finisce per direttissima in una colonia penale, più precisamente nella famigerata Isola del Diavolo, nella Guyana francese. Da qui in poi le giornate saranno scandite solo dagli inumani ritmi di lavoro, dettati da un sistema carcerario tra i più efferati della storia, e da svariati tentativi di fuga alla ricerca di una libertà ingiustamente negata.

Papillon, come il suo predecessore del 1973 interpretato da Steve McQueen e Dustin Hoffman, ripercorre in chiave moderna gli eventi narrati nel libro autobiografico di Charrière Michael Noer, qui alla sua prima prova in un lungometraggio internazionale, con un cast di tutto rispetto, unisce le forze a quelle dello sceneggiatore Aaron Guzikowski per portare sullo schermo un racconto che cerca di rimanere più fedele possibile alle pagine del libro. Per quanto le testimonianze suscitino ancora dubbi, o perlomeno curiosità, sulla veridicità di quanto descritto, la pellicola presenta una fotografia realistica di quelle che erano le pratiche punitive dei campi di detenzione lontani da tutto e, in particolar modo, dalla natìa Francia che non ha esitato a rinnegare i suoi ex cittadini.

Dal trasformarsi in un film in cui la violenza delle torture la fa da padrone, caratteristica che probabilmente non avrebbe scandalizzato nessuno, vista l’abitudine dello spettatore a scene forti ormai in qualunque contesto, Papillon punta invece su altri aspetti e li mantiene con coerenza sino alla fine, senza troppe digressioni e senza abbondare in retorica e inutili sotto-trame.

A cura di Fabrizio Canfora

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